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Alla vita bisogna cedere… ma non sono ancora morta, di Raffaella Lattanzi

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9788899342944

Descrizione

PREFAZIONE
di Giuseppe D’Emilio (Pelagio D’Afro/4)
In Psicopatologia del prefatore di provincia, G. Busban, che una volta strinse la mano a Freud in un giardino spelacchiato di Vienna, afferma che ogni intellettualino usa almeno cinque parolone ogni cento (di cui almeno una in Tedesco), per distinguersi da “quelli che preferiscono sport, sesso e alcol alla Cultura, doveandremoafiniresignoramia”; quindi, mi levo subito il pensiero: Weltanschauung
ermeneutica, anadiplosi, analessi, ipotassi (come si scrive Weltanschauung l’ho controllato su Wikipedia). Ora, più leggero, passo a prefare.
In questo prezioso volumetto ci attendono poesie e racconti scritti, negli anni e senza un definito progetto di pubblicazione, da una persona che ha vissuto pienamente, da una persona che ha colto la vita in tutti i suoi aspetti: gioie e dolori, ovviamente, ma anche bicchieri, cani, sandalini, sagrati di chiese, osterie di paese, ricami, rossetti e calze, zolle di terra, cespugli, sassi, fili d’erba e pozzanghere, cappotti, tazze di caffè d’orzo, piattini per il latte del gatto, sigarette e briciole di tabacco.
Ho il piacere di conoscere Raffaella da tantissimo tempo e ho avuto spesso la fortuna di ascoltarla leggere in pubblico testi
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letterari: ho avuto la fortuna di ascoltare la sua voce.
Recitare è fingere, ovvio, ma c’è chi sente ciò che sta fingendo e chi si limita a dirlo, anche se bene, e Raffaella appartiene senza ombra di dubbio alla prima categoria.
Raffaella non si è posta – mi ha detto – problemi di tipo “letterario”, non ha scritto con in mente un progetto, appunto, ma si nota che, grazie alla sua attività di lettrice, ha interiorizzato il rischio della banalità, del già sentito, e lo ha scampato. Raffaella non si prende sul serio – come invece fanno in troppi – ed è spontanea; ma è proprio questo che rende la lettura dei suoi testi interessante e fresca, leggera e profonda allo stesso tempo.
Leggendo i suoi testi, soprattutto quelli poetici, ritrovo il suo ritmo di recitazione, le sue pause sapienti e mai forzate, le accelerazioni e i rallentamenti necessari.
Ecco quindi da dove deriva la piacevolezza dei suoi testi: non da scuole di scrittura creativa, non da uno studio teorico di metrica, ma dalla consuetudine a modulare i tempi e i modi della voce. La sua versificazione, ad esempio, non risulta a “prick of dog” (efficace definizione di G. Sardon, che una volta strinse la mano a Gianfranco Contini in un giardino spelacchiato di Domodossola); Raffaella non va a capo cercando, per dire, di imitare il primo Ungaretti, come fanno spesso i poetastri.
Non ci assillano infatti solo i prefatori di provincia, ça va sans dire (espressione diffusissima tra i prefatori di provincia), ma anche i poeti di provincia. Essi non si riconoscono tanto per le tematiche (è dai tempi della buonanima di Omero che so’ sempre le stesse), ma per l’incapacità di metaforizzare se non con similitudini scontate o forzate. Magari, a differenza di Raffaella, si pongono problemi di tipo “letterario”, ma si fermano agli inizi del Novecento, ignorando non dico il Postmoderno, ma
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perfino le Avanguardie storiche di un secolo fa. Meglio, quindi, decisamente meglio, la spontaneità creativa e l’autenticità di Raffaella Lattanzi, che si offre in questo libro quindi come un valore aggiunto.
Ma ora sapete che faccio? Mi fermo, perché – si sa – le persone per bene le prefazioni lunghe le saltano a piè pari (piè si scrive proprio così, l’ho controllato su Wikipedia). Buona lettura, soprattutto a chi mi ha saltato.

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